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Regno Unito: Made in Italy, la fase 2 e come affrontarla

Regno Unito: Made in Italy, la fase 2 e come affrontarla

Ma sulle merci italiane dirette in Gran Bretagna più che il coronavirus rischia di pesare la Brexit, oltre a un cambio sterlina - euro che ancora non si sa cosa comporterà

La Gran Bretagna ama i prodotti italiani. In particolare mangiare tricolore. L’anno passato, l’interscambio commerciale, come rileva l’Ice di Londra, ha toccato i 29 miliardi di sterline, vale a dire 4% in più. L’Italia ha venduto merci al Regno Unito per 19 miliardi, acquistandone per 9, con un avanzo secco di 10 miliardi. La bilancia commerciale, con l’alimentare a fare da apripista, è dunque decisamente a favore del Bel Paese.

Ora va decisa a tavolino la fase 2 dell’export in Uk. Ecco perché Ambasciata e Ice hanno riunito aziende intorno a un tavolo virtuale; in un altro, le imprese italiane nel Regno Unito, a partire da Leonardo ed Eni. Riaprire oggi è la priorità di tutti, soprattutto del settore commerciale. I supermercati non hanno mai chiuso, ma la disponibilità di prodotti italiani sui balconi si è di molto rallentata a causa del fermo nei trasporti e per le difficoltà logistiche. Al momento, però, le aziende italiane lamentano buchi nei sistemi di sicurezza: carenza di reperibilità di materiale sanitario.

Poi c’è il tema del sostegno economico: il governo britannico ha fornito mega aiuti pubblici per 330 miliardi di sterline, con estensione delle garanzie sui prestiti al 100 per cento dell’importo. In questo modo, si sbloccheranno migliaia di prestiti alle aziende che, a cascata, si ripercuoteranno sull’import. L’Italia sul tavolo della ripresa deve giocarsi la carta dell’innovazione, andando così a neutralizzare anche l’impatto di un cambio ballerino. Il cuore del made in Italy nel Regno Unito sta nella manifattura, che dovrà a sua volta investire in nuovi macchinari. Molto, se non tutto, dipenderà dalla Brexit, che rischia di pesare più del coronavirus sulle merci provenienti dall’Italia.

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