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Legumi: tre piatti su quattro sono d’importazione

Legumi: tre piatti su quattro sono d’importazione

Coldiretti: "Arrivano da Paesi dove non vengono rispettate le regole italiane sulla salute e dove si sfrutta il lavoro dei minori"

Legumi italiani, questi sconosciuti. Tre piatti su quattro si fagioli, lenticchie e ceci sono infatti stranieri, provenienti per lo più da Stati Uniti e Canada, dove vengono però fatti seccare con l’utilizzo, durante la pre raccolta, del glifosato, secondo modalità che sono vietate in territorio italiano. La denuncia è di Coldiretti, che parla di vero e proprio inganno per i consumatori, anche grazie alla mancanza dell’obbligo di indicare l’origine in etichetta.

I legumi secchi importati vengono spacciati per nostrani: hanno superato i 405 milioni di chili, con un aumento del 46 per cento nell’ultimo decennio, secondo un’analisi su dati Istat. Negli anni ’60, le importazioni erano di appena 4,5 milioni di chili, un centesimo rispetto al giorno d’oggi. Prosegue Coldiretti: “Anche per effetto della pressione degli arrivi di prodotto a basso costo e ridotta qualità, magari favori dagli accordi commerciali, la produzione nazionale si è drasticamente ridotta rispetto al passato, accentuando la dipendenza dall’estero, nonostante una ripresa negli ultimi dieci anni”.

Il dato allarmante è che il 90 per cento delle lenticchie con cui si è festeggiata la fine e l’inizio dell’anno aveva provenienza straniera. “La dipendenza dalle importazioni è all’incirca della stessa percentuale per i fagioli, che arrivano frequentemente da Argentina e Nord America, del 70 per cento per i piselli e del 50 per cento per i ceci. Tra i Paesi che esportano in Italia ci sono anche il Messico, Paesi del Medio Oriente e la Turchia”.

Non solo rischi per la salute dalle importazioni dall’estero: “Per quanto riguarda le condizioni di lavoro, i fagioli messicani sono nella black list del ministero del Lavoro americano nell’ultimo rapporto sullo sfruttamento del lavoro di minori”. Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, chiude: “Occorre assicurare che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri, garantendo che dietro gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali ci sia un analogo percorso di qualità che riguarda l’ambiente, il lavoro e la salute , con l’istituzione dell’obbligo di indicare in etichetta l’origine. Ma occorre anche rivedere il meccanismo degli accordi che favoriscono l’arrivo di prodotti stranieri sulle nostre tavole dove vanno applicati tre principi fondamentali: parità delle condizioni, efficacia dei controlli, reciprocità delle norme”.

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