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Caporalato: la piaga dei cibi importati in Italia

Caporalato: la piaga dei cibi importati in Italia

Un prodotto alimentare su cinque che arriva nel nostro Paese non rispetta le norme su tutela della salute, dell'ambiente e diritti dei lavoratori

Circa il 20 per cento dei prodotti alimentari che arrivano in Italia dall’estero è fuori legge. Non rispetta infatti le norme sulla tutela della salute e dell’ambiente o i diritti dei lavoratori (con il caporalato in testa). È necessario che gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita abbiano dietro un percorso di qualità sia per l’ambiente, sia per la salute, sia per il lavoro. A dirlo è David Granieri, vice presidente di Coldiretti. “Non è accettabile che alle importazioni sia consentito di aggirare le norme previste in Italia dalla legge nazionale sul caporalato”.

E ancora: “A circa tre anni dall’approvazione di questa legge, l’esperienza dimostra che la necessaria repressione da sola non basta ed è invece necessario agire anche sulle leve economiche che spingono o tollerano lo sfruttamento, dalla lotta alle pratiche commerciali sleali fino alle agevolazioni concesse dall’Unione Europea alle importazioni low cost da Paesi a rischio”. Gli esempi sono tanti: “Le nocciole dalla Turchia, le cui importazioni sono cresciute del +18,4% in quantità nel 2018, arrivano da un Paese sul quale pende l’accusa di sfruttamento del lavoro delle minoranze curde ora assediate in Siria, ma il problema riguarda anche i fiori dalla Colombia dove è stato denunciato lo sfruttamento del lavoro femminile. Senza dimenticare paesi come il Myanmar, l’ex Birmania, sotto accusa per la brutale pulizia etnica contro la minoranza dei Rohingya e da dove nei primi sei mesi del 2019 gli arrivi di riso sono aumentati di ben 12 volte in volume rispetto allo stesso periodo dello scorso anno”.

Finiscono nel mirino le intese firmate dall’Ue che favoriscono l’importazione agevolata nel nostro Paese di prodotti agroalimentari ottenuti dallo sfruttamento del lavoro minorile, dal riso del Vietnam ai fiori nell’Ecuador. “A preoccupare è anche l’accordo di libero scambio che l’Unione Europea ha siglato con i Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela) su alcuni dei quali gravano pesanti accuse del Dipartimento del lavoro Usa per sfruttamento del lavoro minorile per prodotti che arrivano anche in Italia. Se per l’Argentina sono segnalati preoccupanti casi dalla produzione dell’uva a quella di aglio, per il Brasile le ombre riguardano l’allevamento bovino e quello di polli, mentre per il Paraguay problemi ci sono per lo zucchero di canna”.

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