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Lavoro agricolo: al Sud 78% domande dei giovani respinte

Lavoro agricolo: al Sud 78% domande dei giovani respinte

Prandini (Coldiretti): "Una sconfitta per tanti giovani, ma anche per il Paese". Le ricette di Coldiretti per rilanciare il Mezzogiorno d'Italia

Sono 22 mila gli under 40 che hanno presentato domanda per l’insediamento in agricoltura nel Mezzogiorno, ma tre su quattro (il 78 per cento) sono bloccati dalla burocrazia. Le domande non sono state accolte per errori di programmazione da parte delle Amministrazioni regionali. C’è il rischio concreto che i fondi debbano tornare a Bruxelles perché non utilizzati.

Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, lo ha detto al premier Giuseppe Conte in occasione dell’incontro sull’utilizzo delle risorse comunitarie dei Piani di Sviluppo Rurale 2014-2020 nelle regioni del Sud, al primo gennaio 2019. “E’ una sconfitta per le speranze di tanti giovani, ma anche per il Paese che perde opportunità strategiche per lo sviluppo in un settore chiave per la ripresa economica, l’occupazione e la sostenibilità ambientale, soprattutto nel Sud, dove maggiore è il bisogno occupazionale e più elevati sono i tassi di fuga dei giovani all’estero”. Prandini assicura: “Il rilancio del Sud passa dalla capacità di riuscire finalmente a sfruttare le risorse culturali e paesaggistiche e ambientali che offrono enormi opportunità all’agricoltura di qualità, all’enogastronomia e al turismo, ma occorre superare i ritardi infrastrutturali per favorire il trasporto delle merci dalle regioni del meridione verso il resto l’Europa, per via marittima e ferrovia ad alta velocità, con una rete di snodi composta da aeroporti, treni e cargo”.

E poi ancora: “E’ fondamentale promuovere progettualità virtuose in grado di rilanciare l’agroalimentare con interventi che vanno dalla realizzazione di un vasto piano di laghetti per il recupero e l’ottimizzazione dell’uso dell’acqua da destinare a cittadini, industrie e agricoltura e alla produzione di energia idroelettrica fino a progetti di chimica verde grazie alla coltivazione di cardo, cartamo e girasole nelle aree “aride” per la produzione di bio-plastiche e sostanze fitosanitarie come quello sostenuto da Coldiretti e Novamont. Per valorizzare le produzioni agricole vanno incentivati gli accordi di filiera come quelli promossi dalla Coldiretti: dagli allevamenti per la carne bovina 100% italiana agli uliveti per la produzione di olio Made in Italy, dall’accordo per la valorizzazione del pomodoro con un’innovativa piattaforma digitale basata sulla tecnologia blockchain e automazione fino all’accordo per la produzione di 6 milioni di quintali di grano duro e tenero di qualità 100% biologico e con un prezzo minimo garantito calcolato sui costi di produzione”.

Nel campo della formazione “è necessario partire dalle esigenze vere delle imprese e da una maggiore attenzione all’educazione all’imprenditorialità, con nuove figure professionali orientate alla multifunzionalità e all’innovazione dal turismo rurale all’agricoltura di precisione e digitale. Vanno potenziati gli Its tecnici superiori che propongono corsi biennali che affiancano all’attività didattica quella di tirocini per la formazione di tecnici specializzati di altra professionalità”. Tante le ricette, insomma. Come l’ultima.

“Fondamentale ridurre i costi per le imprese per colmare il divario con il resto della UE con la riduzione del cuneo fiscale per abbassare il costo del lavoro per destinare il risparmio ottenuto ai lavoratori che potrebbero così avere più risorse da spendere per i consumi innescando un moltiplicatore della ricchezza utile alla ripresa. La crescita va ricercata sul mercato dove occorre dare ai consumatori la possibilità di scegliere consapevolmente e sostenere il lavoro e l’economia nazionale con un sistema di etichettatura chiara che impedisca di spacciare come Made in Italy prodotti che inquinano, sfruttano il lavoro minorile e sono pericolosi per la salute, e che spesso arrivano in Italia grazie agli accordi agevolati dall’Unione Europea; proprio queste intese di libero scambio devono essere basate su tre principi: parità di condizioni, efficacia dei controlli, reciprocità delle norme sugli impatti ambientali, economici e sociali”.

“La produzione agroalimentare italiana vale 205 miliardi, pari al 12% del Pil e rappresenta il vero simbolo del Made in Italy con 41,8 miliardi di euro di esportazioni, ma per facilitare e incrementare l’export di prodotti dalle regioni del Mezzogiorno e dal resto d’Italia va creata, con il potenziamento del ruolo dell’ICE, un’Agenzia unica che accompagni le imprese verso l’internazionalizzazione, potenziando al tempo stesso –il ruolo delle Ambasciate con l’introduzione di principi di valutazione legati al numero di contratti commerciali”.

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