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Versace passa agli americani

Versace passa agli americani

Gli americani della Michael Kors Holdings, che un anno fa acquisì le scarpe di Jimmy Choo, prendono il gruppo di alta moda italiano per due miliardi di dollari

Versace diventa americano. Ieri a tarda sera sono arrivate le firme. Michael Kors diventa socio di maggioranza del gruppo del lusso. La Michael Kors Holdings solo un anno fa acquisì le scarpe Jimmi Choo per 900 milioni di dollari. Questa volta, spenderà due miliardi di dollari per mettere le mani sul marchio di alta moda italiano. La valutazione supera di 2,7 volte il fatturato.

La Versace, dopo l’ingresso del fondo Blackstone con il 20% di azioni nel 2014, aveva pensato di quotarsi in Borsa a Piazza Affari. Spinta dai risultati degli ultimi cinque anni, con Jonathan Akeroyd nei panni di amministratore delegato, che avevano portato il fatturato a crescere del 63% (668 milioni), tre volte di più degli altri competitor. Non è tutto oro ciò che luccica, però. Contemporaneamente, infatti, era calata la redditività (dal 10% del 2013 all’1%). Un calo che ha costretto a rinunciare all’approdo a Piazza Affari.

Resta, la Versace, una società in forte espansione e in ottimo stato di salute, con un capitale di 327 milioni e appena 50 milioni di debiti. Oggi, al vertice, c’è Santo, il fratello di Gianni. Il dossier è stato studiato da diversi marchi, primi tra tutti Lvmh e Kering, che poi hanno lasciato perdere per costo troppo elevato. Poi è stata la volta di Tapestry e Tiffany. Infine, ecco Kors. L’affare sarà anche la fine della partecipazione azionaria da parte di Blackstone, che farà un’ottima plusvalenza (quattro anni fa aveva valutato l’azienda 1,1 miliardi). La famiglia Versace resterà in azienda, seppure con una quota di minoranza.

Fino a ieri il gruppo era controllato all’80% dalla Givi, holding la cui maggioranza del 50% più un’azione è posseduta da Allegra Versace Beck, figlia di Donatella Versace, sorella di Gianni che ha il 20%, mentre il 30% fa capo a Santo Versace. In particolare Donatella, oggi la direttrice creativa, rimarrà con un ruolo di primo piano.

Le reazioni politiche alla vendita non sono delle migliori. Il vice premier Matteo Salvini dice: “Sono stufo che i migliori marchi della moda, dell’alimentazione, della tecnologia italiana vengano comprati all’estero”. Come si vede dai dati di R&S Mediobanca, su 146 aziende del settore con fatturato superiore ai 100 milioni di euro, 59 sono nelle mani di imprenditori esteri. Recentemente, abbiamo assistito a questa tendenza con Loro Piana, Pucci, Fendi, Bulgari, Acqua di Parma. La Kering, che fa capo al francese Francois-Henri Pinault, ha in portafoglio Gucci, Bottega Verde, Brioni e Pomellato. Valentino è di Mayhoola, fondo del Qatar; I cinesi di Marisfrolg quattro anni fa hanno preso Krizia.

La sentenza arriva da Teri Naccarato, director moda e lusso della Boston Consulting Group. Alla ‘Stampa’ dice: “La tendenza sta aumentando. Il punto è che per molti marchi storici, nati da imprese familiari, il modello di business è radicalmente cambiato: ammodernare il catalogo, creare nuovi prodotti o lavorare sul marketing non è più sufficiente. Occorre una porta d’ingresso ai nuovi mercati che si chiamo Asia e Medio Oriente, ma che sono anche digitali. Servono i luoghi giusti ed economie di scala che solo i grandi gruppi, oggi, possono assicurare”.

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