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Calciomercato italiano: niente botti, siamo poveri

Calciomercato italiano: niente botti, siamo poveri

Le grandi non hanno speso, un po' meglio le piccole. Su 20 squadre di serie A, siamo arrivati a malapena a sborsare 50 milioni di euro. Invidiando come sempre gli inglesi

Si è chiuso il calciomercato invernale italiano. Senza botti. Del resto, viene definito di riparazione. Se oltre i confini nostrani qualcosa si è mosso (Aubameyang all’Arsenal, Giroud al Chelsea, Alexis Sanchez al Manchester United, Laporte al Manchester City, per non parlare di Coutinho al Barcellona), da noi ci siamo accontentati di Babacar al Sassuolo (10 milioni di euro alla Fiorentina, oltre a Falcinelli).

Le grandi non hanno speso. La Juventus è rimasta ferma, lavorando in proiezione futura. Il Napoli ha fallito prima il colpo Verdi e poi quello Politano, l’Inter non è riuscita a mettere le mani su Pastore, rinforzandosi solo con Lisandro Lopez e Rafinha. La Roma ha venduto bene Emerson Palmieri in Inghilterra, mentre è sfumato il trasferimento di Edin Dzeko. Stessa cosa ha fatto il Genoa, perdendo un giovanissimo talento come Pellegri, ma incassando parecchi soldi.

Pensate che, su 20 club di serie A, si è fatta fatica a raggiungere in totale i 50 milioni di spesa in questo mese di gennaio (un terzo di quanto è costato Coutinho al Barcellona). Dato in calo rispetto agli ultimi cinque calciomercati di riparazione. Vero è che in estate si era speso molto. Il Milan, per esempio, aveva investito 220 milioni di euro e perciò non si è mosso.

A pesare, in particolare sulle due milanesi, il Fair Play Finanziario e i richiami arrivati dalla Uefa per i rossoneri. Così come lo stop imposto dal governo cinese per Suning, proprietaria dell’Inter. Qualcosa in più si è mosso nelle posizioni di rincalzo e in chi cerca di salvarsi. Detto del Sassuolo, il Verona ha portato in Italia l’esterno Aarons vendendo Pazzini in Spagna, il Crotone il francese Diaby.

Essere bravi a spendere i soldi che si hanno è sicuramente un pregio. Risparmiando anche. Ma nel caso del calcio italiano il motivo principale è che i soldi non ci sono proprio. Un po’ perché alcuni presidenti preferiscono incassare, senza reinvestire, un po’ perché le televisioni e il marketing non sono voci d’entrata come in Inghilterra.

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