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Cybersquatting minaccia l’Italia

Cybersquatting minaccia l’Italia

Siamo al sesto posto nel mondo per procedimenti che riguardano la registrazione di nomi a dominio che comprendono in tutto o in parte un marchio altrui

Sta riprendendo forza il fenomeno del cybersquatting o domain grabbing. Cosa che mette a rischio il made in Italy. Il cybersquatting è la registrazione di nomi a dominio che comprendono in tutto o in parte un nome, un marchio o un altro segno distintivo altrui, senza il consenso dell’avente diritto. Naturalmente, è una pratica illecita e può diventare una vera e propria minaccia per il titolare del marchio, sia se il sito viene utilizzato per vendere prodotti contraffatti, sia se viene utilizzato come parking page per ospitare link a pagamento.

Lo scopo? Sfruttare la notorietà e la capacità attrattiva del marchio per vendere prodotti e servizi falsi o per dirottare il traffico internet, distogliendolo dal sito originale, o anche per offrire il dominio in vendita al titolare del nome, del marchio.

Dal 2012 a oggi, sono diventati operativi 1.200 nuovi domini generici. Tra questi i più ambiti sono quelli del mondo della moda o del lusso: luxury, fashion, shop e vip. La cosa non solo pregiudica i diritti delle aziende titolari dei marchi ma è anche un inganno per i consumatori. E può essere anche un grave danno d’immagine per il vero marchio. C’è chi sfrutta gli errori di battitura. Un esempio? Sawtchgroup.com invece di swatchgroup.com.

Come fare per reagire? Ricorrere all’autorità giudiziaria (soluzione costosa). Poi ci sono le procedure alternative di soluzioni dei conflitti tra marchi e domain names, strumenti molto efficienti che permettono di ottenere, a costi e tempi contenuti, il trasferimento in capo al titolare del diritto dei nomi a domini illecitamente registrati. Secondo l’ultimo reporto di Wipo, l’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale che gestisce uno dei principali centri di risoluzione di tali dispute, le procedure di riassegnazione nel 2016 sono state il 10% in più rispetto all’anno precedente: 3036 procedimenti e 5374 nomi di dominio contestati, Il fenomeno è in crescita.

L’Italia è al sesto posto, con 123 dispute che, nel 2016, hanno visto il coinvolgimento di soggetti italiani. Ma anche in questo caso i numeri sono in crescita. La prevenzione resta lo strumento migliore in mano alle aziende, registrando domini cosiddetti difensivi.

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