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Made in Italy: il brand è terzo al mondo

Made in Italy: il brand è terzo al mondo

Fanno meglio solo Coca-Cola e Visa, ma forse bisognerebbe aggiungere al marchio qualcosa che caratterizzi meglio la propria attività

Chiamiamolo pure miracolo italiano. Quale? Gli imprenditori che sottolineano che un prodotto è ‘made in Italy’ ricevono molte più attenzioni dal mercato. Su Google, infatti, il termine ‘made in Italy’ compare in ben 141 milioni di pagine; non solo: l’url ‘made in italy’ è 611 mila volte presente nel motore di ricerca.

Il made in Italy è quindi un brand. E molte aziende vi si affidano, forse troppo spesso, finendo per trascurare la possibilità di differenziarsi descrivendo meglio il prodotto che vogliono vendere all’estero. Del resto, il made in Italy inteso non solo come produzione localizzata in Italia, ma come percezione del prodotto nel suo insieme, rappresenta un asset con enormi potenzialità: il brand made in Italy è il terzo marchio più noto al mondo dopo Coca-Cola e dopo Visa; secondo i dati forniti da Google, tra il 2006 e il 2010 le ricerche online con keyword ‘made in Italy’ sono cresciute del 153%.

Secondo un sondaggio realizzato da ‘Kpmg Advisory’, gli stranieri associano il made in Italy a valori come bellezza, passione, creatività, lusso, cultura e qualità. Le aziende che dunque utilizzano questo marchio vogliono far percepire tutto ciò allo straniero. Ma, ripetiamo, dimenticano di specificare meglio in quale settore si pongono. E questo è un limite. Si accontentano del brand generale. Che però vede un esercito agguerrito di 141 milioni di aziende che propongono, praticamente, la stessa cosa. Io, se voglio differenziarmi, dovrei dunque aggiungere qualcosa. Altrimenti, rischio di sparire nel calderone.

Se vendo mozzarella di bufala campana Dop, per esempio, posso continuare a usare il marchio made in Italy, ma nei testi dovrebbe poi spiegare qual è valore associato al made in Italy.

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