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Violenza sessuale: “Cosa indossavi?”, una mostra contro i pregiudizi

Violenza sessuale: “Cosa indossavi?”, una mostra contro i pregiudizi

In corso alla University of Kansas dimostra la falsa giustificazione dell’abbigliamento come causa di uno stupro

Violenza sessuale e abbigliamento: un binomio per molti imprescindibile. In tanti ritengono che la vittima di una violenza è essa stessa responsabile di quanto le è accaduto a causa dei vestiti che indossava. Una vittima di violenza sessuale infatti la si immagina sempre con abiti succinti e provocanti, mai in jeans e maglietta.

Un pensiero comune che sorvola il tempo e i confini nazionali, come dimostra la mostra in corso alla ‘University of Kansas’ (Stati Uniti). “What Were You Wearing?” (“Cosa indossavi?”) è il suo titolo. Oggi presente nell’ateneo con 18 storie di violenza sessuale, “What Were You Wearing?” è un progetto nato nel 2013 grazie a Jen Brockman (direttore del Centro per la prevenzione e formazione sessuale della ‘University of Kansas’) e a Mary A. Wyandt-Hiebert (sovrintendente per le iniziative di programmazione presso il centro di educazione contro gli stupri della ‘University of Arkansas’). Nel corso di questi quattro anni è stato ospitato da diverse realtà, tra le quali la ‘University of Arkansas” e la ‘University of Iowa’.

Composta complessivamente da 40 storie di violenza sessuale, la mostra come spiegato da Brockman ha lo scopo di “sconfiggere il falso mito che se solo avessimo evitato quel vestito allora non avremmo mai subito del male o che, in qualche modo, possiamo eliminare la violenza sessuale semplicemente cambiando i nostri vestiti. Non è l’abbigliamento che provoca una violenza sessuale, è la persona che fa del male”.

Una t-shirt gialla, un bikini, un paio di jeans e una camicetta o una maglietta, un vestito estivo, un abito rosso e sexy: questi sono i vestiti che alcuni protagonisti delle storie di violenza sessuale indossavano al momento dello stupro. Vestiti indossati normalmente da ognuno di noi.

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