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Lav: vuoi fare uno stage retribuito? Devi essere vegano

Lav: vuoi fare uno stage retribuito? Devi essere vegano

La Lega Anti vivisezione italiana lo chiede come requisito base. Il presidente: "Chi ci rappresenta con le istituzioni, deve convincerle che è la scelta migliore"

Per fare uno stage con la Lega Antivivisezione Italiana (Lav) bisogna essere vegani. E’ il requisito base per poter essere assunti, per sei mesi, a Roma con regolare retribuzione all’Ufficio rapporti istituzionali. Naturalmente, il caso fa discutere.

Gli altri requisiti, tutto sommato, sono alla portata: laurea non indispensabile, buona conoscenza dell’inglese, buona conoscenza del funzionamento delle istituzioni italiana ed europee e del diritto pubblico, capacità di organizzare il lavoro, atteggiamento pro attivo e flessibile, confidenzialità, disponibilità a trasferte in campo nazionale. Per i giovani, un’opportunità d’oro. Per loro che sono affamati di posto di lavoro. Affamati sì, ma guai a parlare di pollo o carne. “Titolo preferenziale per essere ammessi allo stage: essere vegano”.

Vegano non significa semplicemente non mangiare carne, ma neanche uova e latticini. Un annuncio che lascia perplessi perché va contro l’Articolo 8 dello Statuto dei lavoratori che sancisce, per il datore di lavoro, il divieto di fare indagini su opinioni politiche, religiose e sindacali del lavoratore. Naturalmente, a costui, non dovrebbe interessare neanche cosa c’è nel frigorifero o nel piatto dello stagista.

Non si tratta di una ‘fake news’, fa sapere Gianluca Felicetti, presidente della Lav: “Non vedo alcuna discriminazione oppure offesa ai diritti dei lavoratori, piuttosto il nostro annuncio rispetta in pieno la nostra filosofia del rispetto globale dei diritti degli animali. E’ dalla metà degli anni ’90 che chiediamo, a chi vuole lavorare da noi, di essere vegano. Essere vegano non è un titolo per iscriversi alla nostra associazione, ma lo diventa automaticamente per poterla rappresentare. Non tutti i nostri dipendenti lo sono, ma quelli che devono parlare con le istituzioni, devono convincere che è la scelta alimentare più giusta, equa ed ecosostenibile”.

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